A Natale ho ricevuto un libro in regalo, dal titolo "Poco o niente", sottotitolo "Eravamo poveri. Torneremo poveri", autore Giampaolo Pansa. L'ho letto tutto: mi ha commosso, mi ha fatto riflettere, ma, soprattutto, mi ha fatto ricordare.
L'autore descrive la storia della sua famiglia, una famiglia come molte altre in Italia. Sì, perché i poveri sono sempre stati più numerosi dei ricchi. Ci è particolarmente chiaro, ora. I primi a essere stati toccati dalla manovra "Salva Italia" (sempre ammesso che ci salviamo...) non sono stati i più abbienti, per la semplice ragione che noi siamo in tanti e noi siamo chiamati, per primi, a salvare il nostro Paese. E' sempre stato così: chi moriva nelle trincee, tra il 1915 e il 1918, apparteneva prevalentemente alle classi meno agiate, per il semplice motivo che i ricchi sono sempre stati in schiacciante minoranza numerica.
Ci lamentiamo per quanto ci sta capitando ora o per quello che temiamo possa capitarci. Però, anche i miei nonni, come i personaggi (veri) del libro di Pansa, si sono vissuti due guerre mondiali e hanno dovuto fare i conti con la fame, in tempo di guerra, quando i viveri, in città,sotto i bombardamenti, scarseggiavano.
I nonni paterni erano più fortunati e non è a loro che mi riferisco ora. Ricordo chiaramente che, quando ero piccola e andavo a trovare i nonni materni nella loro vecchia casa all'estrema periferia sud di Milano, ero felicissima. Mi piaceva giocare da loro, seguire mia nonna quando andava a fare compere alla cooperativa (dove c'era pochissima scelta), con la sua borsa a rete, o quando andava a prendere le uova nella cascina ai margini della città o quando andava in cortile ad attingere l'acqua alla fontana. Non mi rendevo conto di quanto faticosa fosse la sua vita a quei tempi, negli anni cinquanta.
Solo qualche mese fa, rivedendo quella vecchia casa, ora ristrutturata e bellissima, ho provato un po' di nostalgia. Chi ora la abita ha la sensazione di aver fatto una scelta ecologica, di vivere in modo sano, come allora. Davanti a me c'erano gli stessi luoghi della mia infanzia, rivisitati però sotto una nuova luce, quasi disneyana, molto edulcorata rispetto alla cruda realtà di allora. In cuor mio, pensavo: " No, miei cari, non avete fatto una scelta ecologica rievocando il passato. La fontana all'esterno ha funzione puramente decorativa, perché voi l'acqua corrente l'avete in casa ed è, per voi, un fatto scontato. Voi avete il riscaldamento centralizzato, al posto della vecchia stufa della nonna, che riscaldava una stanza sola... Il frigorifero conserva i vostri cibi, insieme al congelatore. Io ricordo il burro messo in una tazza con un po' d'acqua perché non si sciogliesse e non si irrancidisse rapidamente."
La vita era faticosa per la nonna. Quando, diventata ormai vecchia, potè permettersi qualche "lusso" in più, le sembrò di toccare il cielo con un dito. Usava con parsimonia perfino la lavatrice, tanta era l'abitudine di lavare a mano anche le lenzuola.
Sì, eravamo poveri, ma davvero ridiventeremo come allora? Non lo so e non lo penso. Penso solo che abbiamo paura di perdere qualche privilegio rispetto a quanti ne abbiamo accumulati finora. Abbiamo dato tutto per scontato, mentre mia nonna non dava nulla per scontato. Questa è la vera differenza. Noi siamo spesso infastiditi o depressi, mentre mia nonna era serena: conservo il ricordo del suo ultimo sorriso dentro di me, del suo ultimo grazie alla vita, che le aveva dato tanto. E io ora la ringrazio per avermi dato questi ricordi che mi hanno aiutato e mi aiutano a vivere, anche nei momenti più difficili.
domenica 15 gennaio 2012
mercoledì 23 novembre 2011
VIVERE ALL'ITALIANA.
Se c'è una cosa che non mi piace proprio, questa è lo stereotipo e se ce n'è una che mi piace ancora meno, è il pregiudizio.
Tutti noi, per semplificarci la vita, tendiamo ad accorpare le informazioni , a generalizzare. Ci capita una brutta esperienza sulla metropolitana? Bene, da quel momento staremo più attenti e ci terremo stretto il portafogli. Questa è una buona cosa. Siamo stati programmati in questo modo, proprio perché, imparando dalle nostre esperienze, possiamo progredire. Non saremmo arrivati fin qui, alle meraviglie (che ormai consideriamo "normali") in campo medico, scientifico, tecnologico, artistico, se qualcuno non avesse studiato, sperimentato, fallito e poi ritentato, accumulando sapere attraverso sperimentazioni successive.
Ritornando all'esempio della metropolitana, però, il pregiudizio ci porterebbe ad affermare che "in metropolitana tutti rubano", il che non è vero.
Il pregiudizio è un giudizio a priori, una generalizzazione o una distorsione spesso basata su una nostra esperienza diretta o sul passaparola. Lo stereotipo è qualcosa di leggermente diverso: è un cliché, una immagine semplificata e largamente condivisa. Perciò, potremmo dire che, spesso, lo stereotipo, non è altro che la somma di una serie di pregiudizi, basati su esperienze dirette e su "sentito dire".
Lo stereotipo ha un fondamento di verità? Anche se facciamo gli schizzinosi, una vocina perfida dentro di noi ci sussurra che la "voce del popolo" è "voce di Dio". Per dare maggiore enfasi a questo concetto, c'è chi afferma, in latino (che fa sempre la sua figura, anche se è stato eliminato dalla maggior parte delle nostre scuole): "vox populi, vox Dei".
Non sono convinta che la voce del popolo sia quella di Dio: non oso pensare che Dio possa anche solo immaginare le molte bestialità che folle urlanti hanno sostenuto e sostengono in giro per il mondo.
Tuttavia, poiché nel mezzo è la virtù (questa è una convinzione che conservo con cura), mi impongo di non scartare mai a priori un'affermazione prima di averla presa in debita considerazione.
Degli italiani se ne dicono tante. Spesso, quando lavoravo nelle multinazionali, prima di mettermi in proprio, mi capitava di rappresentare il mio Paese in un meeting o in un gruppo di lavoro. Risparmio tutte le cose che mi sono sentita dire negli anni, sia pure bonariamente. La più carina è stata questa: "Gli italiani sono.....ma tu sei diversa. Sei così attendibile e professionale che ti consideriamo dei nostri".
Non è capitato una sola volta, ahimè. Quello che mi si riconosceva era che, quando dicevo una cosa, poi la facevo. In altre parole, ciò di cui ci accusano spesso è l'inaffidabilità. Quello che ci invidiano (qui mi riconoscevano l'italianità) erano la creatività e, soprattutto, la capacità di "cavarcela", di sopravvivere nonostante le inefficienze. A volte, aggiungo io, nello stesso luogo dove sembra che tutto debba davvero andare a fondo, c'è quasi sempre un italiano che riesce a tirar fuori un'eccellenza, un colpo di genio che, altrove, sarebbe pressoché inimmaginabile, in condizioni simili.
Lavorare con mezzi scarsi, riuscire a farcela camminando sul filo, mentre qualcuno ti sta tirando delle palline addosso per farti cadere: questa è, secondo me, la vera grandezza del nostro popolo.
Alla fine, sono fiera di essere italiana proprio per questo. Sarebbe fantastico vivere in una società più affidabile; però, proprio grazie a questa difficoltà che sembra scritta nel nostro codice genetico, siamo capaci di grandi cose.
In un paese mittle-europeo, per esempio, se vai in un ufficio e apri una pratica è presumibile che, seguendo pari pari tutti i passaggi, riuscirai, nei tempi stabiliti, a ottenere il risultato che ti era stato illustrato all'inizio: niente di meno, niente di più. Nessuno si stupisce di nulla: è normale che funzioni.
Qui, ogni volta...è da ridere! O almeno, se parti con questo spirito, vivrai nel meraviglioso "mondo di Amélie". Non è vero che non funziona mai nulla (sarebbe uno stereotipo...e anche un pregiudizio). Però, confesso che, quando avvio una procedura e poi ne vedo la conclusione, gioisco. Nel senso che sono proprio contenta, mi metto a fare complimenti, scrivo messaggi di ringraziamento, mi prodigo come posso. Alla fine, mi gusto la normalità.
In questo modo, quando, al contrario, mi imbatto in una serie di intoppi burocratici, incontro impiegati svogliati che mi rimpallano come se fossi una "palla avvelenata", quando la faccenda si fa seria, invece di arrabbiarmi, mi metto con pazienza a pensare come potrei superare tutti questi ostacoli (sto per citare Woody Allen!) "sul piano culturale". So che questo atteggiamento può apparire un po' snob, e forse lo è davvero. Però, vivo benissimo da quando ho deciso che gli ostacoli sono un banco di prova per la mia intelligenza. Così, se vinco, mi congratulo con me stessa e, se perdo, mi congratulo ugualmente "per averci almeno provato".
Che sia questo il "vivere all'italiana"?
Tutti noi, per semplificarci la vita, tendiamo ad accorpare le informazioni , a generalizzare. Ci capita una brutta esperienza sulla metropolitana? Bene, da quel momento staremo più attenti e ci terremo stretto il portafogli. Questa è una buona cosa. Siamo stati programmati in questo modo, proprio perché, imparando dalle nostre esperienze, possiamo progredire. Non saremmo arrivati fin qui, alle meraviglie (che ormai consideriamo "normali") in campo medico, scientifico, tecnologico, artistico, se qualcuno non avesse studiato, sperimentato, fallito e poi ritentato, accumulando sapere attraverso sperimentazioni successive.
Ritornando all'esempio della metropolitana, però, il pregiudizio ci porterebbe ad affermare che "in metropolitana tutti rubano", il che non è vero.
Il pregiudizio è un giudizio a priori, una generalizzazione o una distorsione spesso basata su una nostra esperienza diretta o sul passaparola. Lo stereotipo è qualcosa di leggermente diverso: è un cliché, una immagine semplificata e largamente condivisa. Perciò, potremmo dire che, spesso, lo stereotipo, non è altro che la somma di una serie di pregiudizi, basati su esperienze dirette e su "sentito dire".
Lo stereotipo ha un fondamento di verità? Anche se facciamo gli schizzinosi, una vocina perfida dentro di noi ci sussurra che la "voce del popolo" è "voce di Dio". Per dare maggiore enfasi a questo concetto, c'è chi afferma, in latino (che fa sempre la sua figura, anche se è stato eliminato dalla maggior parte delle nostre scuole): "vox populi, vox Dei".
Non sono convinta che la voce del popolo sia quella di Dio: non oso pensare che Dio possa anche solo immaginare le molte bestialità che folle urlanti hanno sostenuto e sostengono in giro per il mondo.
Tuttavia, poiché nel mezzo è la virtù (questa è una convinzione che conservo con cura), mi impongo di non scartare mai a priori un'affermazione prima di averla presa in debita considerazione.
Degli italiani se ne dicono tante. Spesso, quando lavoravo nelle multinazionali, prima di mettermi in proprio, mi capitava di rappresentare il mio Paese in un meeting o in un gruppo di lavoro. Risparmio tutte le cose che mi sono sentita dire negli anni, sia pure bonariamente. La più carina è stata questa: "Gli italiani sono.....ma tu sei diversa. Sei così attendibile e professionale che ti consideriamo dei nostri".
Non è capitato una sola volta, ahimè. Quello che mi si riconosceva era che, quando dicevo una cosa, poi la facevo. In altre parole, ciò di cui ci accusano spesso è l'inaffidabilità. Quello che ci invidiano (qui mi riconoscevano l'italianità) erano la creatività e, soprattutto, la capacità di "cavarcela", di sopravvivere nonostante le inefficienze. A volte, aggiungo io, nello stesso luogo dove sembra che tutto debba davvero andare a fondo, c'è quasi sempre un italiano che riesce a tirar fuori un'eccellenza, un colpo di genio che, altrove, sarebbe pressoché inimmaginabile, in condizioni simili.
Lavorare con mezzi scarsi, riuscire a farcela camminando sul filo, mentre qualcuno ti sta tirando delle palline addosso per farti cadere: questa è, secondo me, la vera grandezza del nostro popolo.
Alla fine, sono fiera di essere italiana proprio per questo. Sarebbe fantastico vivere in una società più affidabile; però, proprio grazie a questa difficoltà che sembra scritta nel nostro codice genetico, siamo capaci di grandi cose.
In un paese mittle-europeo, per esempio, se vai in un ufficio e apri una pratica è presumibile che, seguendo pari pari tutti i passaggi, riuscirai, nei tempi stabiliti, a ottenere il risultato che ti era stato illustrato all'inizio: niente di meno, niente di più. Nessuno si stupisce di nulla: è normale che funzioni.
Qui, ogni volta...è da ridere! O almeno, se parti con questo spirito, vivrai nel meraviglioso "mondo di Amélie". Non è vero che non funziona mai nulla (sarebbe uno stereotipo...e anche un pregiudizio). Però, confesso che, quando avvio una procedura e poi ne vedo la conclusione, gioisco. Nel senso che sono proprio contenta, mi metto a fare complimenti, scrivo messaggi di ringraziamento, mi prodigo come posso. Alla fine, mi gusto la normalità.
In questo modo, quando, al contrario, mi imbatto in una serie di intoppi burocratici, incontro impiegati svogliati che mi rimpallano come se fossi una "palla avvelenata", quando la faccenda si fa seria, invece di arrabbiarmi, mi metto con pazienza a pensare come potrei superare tutti questi ostacoli (sto per citare Woody Allen!) "sul piano culturale". So che questo atteggiamento può apparire un po' snob, e forse lo è davvero. Però, vivo benissimo da quando ho deciso che gli ostacoli sono un banco di prova per la mia intelligenza. Così, se vinco, mi congratulo con me stessa e, se perdo, mi congratulo ugualmente "per averci almeno provato".
Che sia questo il "vivere all'italiana"?
martedì 1 novembre 2011
La speranza.
Preferisco la speranza alla fede. La fede è un dono e ne ho un profondo rispetto, ma la speranza mi è decisamente più familiare.
La speranza, a differenza della fede, lascia spazio al dubbio, senza, però, risultarne intaccata. La speranza è accogliente e misericordiosa. La speranza non alimenta il senso di colpa, e, in più, sperare non costa nulla. Così come accoglie il dubbio, accoglie anche il sorriso e apre il cuore.
Con la speranza non ci ergiamo a giudici di nessuno, tanto meno di noi stessi. La speranza non ci rende né orgogliosi né egoisti, ci consola, non ci rimprovera, ci aiuta a rialzarci e a rimetterci in gioco.
Non voglio nemmeno considerare i banalissimi luoghi comuni di cattivo gusto sulla speranza. Preferisco la saggezza degli antichi che vedevano nella speranza l'ultima dea. Sperando, ci si apre alla vita.
Ecco perché preferisco di gran lunga sperare, piuttosto che credere ciecamente.
La speranza, a differenza della fede, lascia spazio al dubbio, senza, però, risultarne intaccata. La speranza è accogliente e misericordiosa. La speranza non alimenta il senso di colpa, e, in più, sperare non costa nulla. Così come accoglie il dubbio, accoglie anche il sorriso e apre il cuore.
Con la speranza non ci ergiamo a giudici di nessuno, tanto meno di noi stessi. La speranza non ci rende né orgogliosi né egoisti, ci consola, non ci rimprovera, ci aiuta a rialzarci e a rimetterci in gioco.
Non voglio nemmeno considerare i banalissimi luoghi comuni di cattivo gusto sulla speranza. Preferisco la saggezza degli antichi che vedevano nella speranza l'ultima dea. Sperando, ci si apre alla vita.
Ecco perché preferisco di gran lunga sperare, piuttosto che credere ciecamente.
venerdì 26 agosto 2011
AL MAHDI E' MORTO PREGANDO.
Ieri, sul Corriere della Sera, l'editoriale del direttore De Bortoli esprimeva tutta l'ansia, la preoccupazione, l'affetto per i quattro giornalisti italiani catturati a Tripoli. Poi, finalmente, è arrivata la notizia che i quattro sono stati liberati e sono salvi. Potranno rientrare dalle loro famiglie, che hanno passato momenti di grande trepidazione in attesa che il miracolo avvenisse. Non è stato così per Al Mahdi, l'autista dei giornalisti sequestrati. Veniva da una delle zone nemiche del regime, aveva (come tutti, da quelle parti, di questi tempi), un kalashnikov nella sua auto. Non conosceva bene Tripoli: per questo gli hanno sparato. E' morto pregando. Gli inviati del Corriere, con lui sul camion, hanno assistito alla sua fredda esecuzione. Lo hanno visto, mentre cominciava a mormorare una preghiera, mentre veniva afferrato per la camicia e trascinato giù dal camion, negli ultimi suoi istanti di vita. Aveva due bambini. La sua famiglia non potrà più riabbracciarlo.
Ovviamente non ho mai conosciuto Al Mahdi, di lui ho solo letto le poche righe che documentano la fine della sua esistenza sulla terra. Chissà, se l'avessi conosciuto, forse mi sarebbe stato simpatico, forse no. So solo che, in questo momento, ho davanti a me l'immagine di un uomo che prega davanti ai suoi ultimi istanti di vita e non posso non sentirlo vicino. La vita è cosa sacra: troppo spesso viene gettata al vento, considerata merce di scambio o incidente inevitabile. Sono convinta che ogni vita, piccola o grande che sia, sia sempre preziosa. Era prezioso Al Mahdi per la sua famiglia, così come è prezioso il bimbo somalo che ha diritto ad avere un futuro, proprio come i suoi fortunati coetanei occidentali, che possono mangiare ogni giorno e, spesso, sono addirittura sovrappeso. Viviamo chiusi nel nostro egoismo, pieni di falsi bisogni e convinti che il nostro modo di vivere sia il migliore in assoluto, nonostante tutti i segnali che ci stanno arrivando da più parti. Forse è venuto il momento di riflettere, di uscire dalla gabbia in cui noi stessi ci siamo cacciati. Forse dovremmo aprire il nostro cuore alla solidarietà e alla compassione. Nessun uomo è un'isola, diceva John Donne. Ognuno di noi ha bisogno di collegarsi agli altri, per vivere degnamente la propria esistenza. Che Al Mahdi possa riposare in pace,e che possa ritrovare la pace anche la sua famiglia, che ha pregato per lui, che ha sperato di poterlo riabbracciare e che ora piange la sua perdita.
Ovviamente non ho mai conosciuto Al Mahdi, di lui ho solo letto le poche righe che documentano la fine della sua esistenza sulla terra. Chissà, se l'avessi conosciuto, forse mi sarebbe stato simpatico, forse no. So solo che, in questo momento, ho davanti a me l'immagine di un uomo che prega davanti ai suoi ultimi istanti di vita e non posso non sentirlo vicino. La vita è cosa sacra: troppo spesso viene gettata al vento, considerata merce di scambio o incidente inevitabile. Sono convinta che ogni vita, piccola o grande che sia, sia sempre preziosa. Era prezioso Al Mahdi per la sua famiglia, così come è prezioso il bimbo somalo che ha diritto ad avere un futuro, proprio come i suoi fortunati coetanei occidentali, che possono mangiare ogni giorno e, spesso, sono addirittura sovrappeso. Viviamo chiusi nel nostro egoismo, pieni di falsi bisogni e convinti che il nostro modo di vivere sia il migliore in assoluto, nonostante tutti i segnali che ci stanno arrivando da più parti. Forse è venuto il momento di riflettere, di uscire dalla gabbia in cui noi stessi ci siamo cacciati. Forse dovremmo aprire il nostro cuore alla solidarietà e alla compassione. Nessun uomo è un'isola, diceva John Donne. Ognuno di noi ha bisogno di collegarsi agli altri, per vivere degnamente la propria esistenza. Che Al Mahdi possa riposare in pace,e che possa ritrovare la pace anche la sua famiglia, che ha pregato per lui, che ha sperato di poterlo riabbracciare e che ora piange la sua perdita.
lunedì 13 giugno 2011
NON CI RESTA CHE RIDERE.
"Una risata vi seppellirà" sembra fosse la frase che pronunciavano gli anarchici, quando venivano arrestati, tra la fine dell'800 e i primi del 900. La stessa frase fu poi ripresa nella protesta francese del maggio '68 e successivamente, nelle ribellioni del '77. Ogni tanto, insomma, queste parole ritornano di moda.
Però, quando ho pensato al titolo di questo post, non avevo in mente la risata di scherno, di derisione: un'arma, a tutti gli effetti. Mi veniva in mente piuttosto il testamento di Terzani. Nella sua ultima intervista, malato, prossimo alla fine, a chi gli domandava se, secondo lui, l'Occidente sarebbe tornato a sorridere, rispondeva: "Lo spero. Perché una civiltà che non sorride è infelice. E io trovo che ridere è una cura, è parte della guarigione. Infatti, una delle terapie che ho scoperto in India è la terapia del sorriso. Una mattina, in un parco, c’era un gruppo che, dopo aver fatto un po’ di yoga, a un certo ordine alzava le braccia e cominciava a ridere. E quale modo migliore per cominciare la giornata che magari finisce in un ufficio ad aria condizionata? Per cui il consiglio che do a tutti è cominciare con una gran risata e finire con una gran risata."
Insieme con molti amici, pratico da qualche tempo la stessa tecnica indiana del ridere senza motivo (Yoga della Risata), alla quale accenna Terzani. E' vero, ridere fa bene ed è bello cominciare e finire ridendo. Non è vero che il riso abbonda sulla bocca degli stolti, come ci ricordava qualche educatore segaligno.
Non è sempre facile ridere o sorridere, perché spesso la vita ci presenta prove difficili da digerire. Eppure, se riusciamo a regalarci un sorriso, avremo aperto il nostro cuore a noi stessi e agli altri. Ridere aiuta la nostra creatività, ci aiuta ad apprezzare ciò che abbiamo e a inventarci qualcosa di nuovo e di migliore.
Per questo, non ci resta che ridere!
Però, quando ho pensato al titolo di questo post, non avevo in mente la risata di scherno, di derisione: un'arma, a tutti gli effetti. Mi veniva in mente piuttosto il testamento di Terzani. Nella sua ultima intervista, malato, prossimo alla fine, a chi gli domandava se, secondo lui, l'Occidente sarebbe tornato a sorridere, rispondeva: "Lo spero. Perché una civiltà che non sorride è infelice. E io trovo che ridere è una cura, è parte della guarigione. Infatti, una delle terapie che ho scoperto in India è la terapia del sorriso. Una mattina, in un parco, c’era un gruppo che, dopo aver fatto un po’ di yoga, a un certo ordine alzava le braccia e cominciava a ridere. E quale modo migliore per cominciare la giornata che magari finisce in un ufficio ad aria condizionata? Per cui il consiglio che do a tutti è cominciare con una gran risata e finire con una gran risata."
Insieme con molti amici, pratico da qualche tempo la stessa tecnica indiana del ridere senza motivo (Yoga della Risata), alla quale accenna Terzani. E' vero, ridere fa bene ed è bello cominciare e finire ridendo. Non è vero che il riso abbonda sulla bocca degli stolti, come ci ricordava qualche educatore segaligno.
Non è sempre facile ridere o sorridere, perché spesso la vita ci presenta prove difficili da digerire. Eppure, se riusciamo a regalarci un sorriso, avremo aperto il nostro cuore a noi stessi e agli altri. Ridere aiuta la nostra creatività, ci aiuta ad apprezzare ciò che abbiamo e a inventarci qualcosa di nuovo e di migliore.
Per questo, non ci resta che ridere!
mercoledì 11 maggio 2011
DISCORSO SUL PIL DI BOB KENNEDY.
Come si misura la ricchezza di una nazione? Come si misura il valore di un essere umano? Facendo riferimento solo al denaro, soprattutto nel nostro paese, potremmmo arrivare a valutazioni assurde. Rischieremmo di attribuire un grande valore a chi ha ammassato denaro in virtù di una nascita felice, di amicizie influenti o di abilità non sempre oneste. Viceversa, molti sono i motivi per cui un uomo merita stima e rispetto: qualcuno di questi motivi potrebbe anche tradursi in denaro (e ciò è particolarmente vero quando si opera in condizioni di sviluppo, che siano effettivamente in grado di premiare il merito e con regole del gioco finalmente trasparenti), ma molte qualità, che fanno di una persona una "bella persona", rischiano di rimanere ignorate e questo è davvero un male.
mercoledì 2 marzo 2011
LA TARTARUGA E LE RONDINI
C'era una volta una tartaruga. Ormai aveva accumulato tanti anni sulle spalle, anzi sul guscio. Era scaltra: governava il piccolo villaggio, in realtà senza dare troppi scossoni e curando esclusivamente il proprio benessere del momento. In più, aveva preso l'abitudine di rintanarsi, ogni volta che si sentiva minacciata. Altro che "comfort bubble", come la chiamano gli amici d'oltreoceano: un bel guscio durissimo, reso ancora più resistente dagli anni. Novità in vista? Lei si richiudeva in se stessa, di se stessa si interessava, di null'altro le importava. Però, un punto debole lo aveva anche lei. Le piaceva godere della ammirazione e della piaggeria degli altri animaletti del bosco. Si faceva forte solo coi deboli, quando era sicura di non aver nulla da perdere. Andava in brodo di giuggiole quando qualcuno la lusingava, quando le si diceva che non dimostrava i suoi anni, che il guscio era sempre lucido, che lei, meravigliosa creatura, aveva un incedere elegante e regale. Le piaceva sentirsi ammirata. E' vero, non faceva nulla di costruttivo, ma chissà quale saggezza si nascondeva dietro di lei, che era riuscita a campare così a lungo, mantenendo con tenacia ogni più piccolo privilegio, conseguito nel tempo.
Ma venne un giorno, in cui il cielo si oscurò. Una grande nube coprì quasi completamente la luce del sole. Guardando meglio, si potevano distinguere le rondini in volo. Stavano arrivando: erano giovani, avevano voglia di costruire, tutte portavano qualche filo di paglia nel becco. Erano intenzionate a metter su casa, forse a fondare una comunità nuova, vivace, attiva e solidale. Certo, qualche rondine sembrava un po' provata dal volo; addirittura qualcuna, stremata dal viaggio e indebolita dallo sforzo, non ce l'aveva fatta. Ma la nube procedeva, inesorabile. Fu così che una nuova ventata di gioventù si abbattè sul piccolo villaggio nel bosco, dove gli animaletti, intorpiditi, avevano creduto che la legge della tartaruga fosse vincente. Ora tutto era sconvolto. Il cambiamento era arrivato e non lo si poteva più ignorare. Fu a questo punto che la tartaruga, egoista, pigra e indolente ma attenta e furba nel capire quando la pacchia ormai è finita e il pericolo di perdere il guscio di protezione è ormai imminente, in un ultimo slancio di attaccamento, tenace e quasi perverso, se ne uscì a salutare le rondini. "Vi aspettavo! Sono sempre stata dalla vostra parte" - gridò nella loro direzione, con quella sfrontatezza di chi ha l'abitudine di saltare sul carro del vincitore, senza ormai provarne più vergogna. Ma quelle avevano altro da fare: proprio non valeva la pena di badare a una tartaruga incartapecorita e passarono oltre. C'era tanto da ricostruire...
Ma venne un giorno, in cui il cielo si oscurò. Una grande nube coprì quasi completamente la luce del sole. Guardando meglio, si potevano distinguere le rondini in volo. Stavano arrivando: erano giovani, avevano voglia di costruire, tutte portavano qualche filo di paglia nel becco. Erano intenzionate a metter su casa, forse a fondare una comunità nuova, vivace, attiva e solidale. Certo, qualche rondine sembrava un po' provata dal volo; addirittura qualcuna, stremata dal viaggio e indebolita dallo sforzo, non ce l'aveva fatta. Ma la nube procedeva, inesorabile. Fu così che una nuova ventata di gioventù si abbattè sul piccolo villaggio nel bosco, dove gli animaletti, intorpiditi, avevano creduto che la legge della tartaruga fosse vincente. Ora tutto era sconvolto. Il cambiamento era arrivato e non lo si poteva più ignorare. Fu a questo punto che la tartaruga, egoista, pigra e indolente ma attenta e furba nel capire quando la pacchia ormai è finita e il pericolo di perdere il guscio di protezione è ormai imminente, in un ultimo slancio di attaccamento, tenace e quasi perverso, se ne uscì a salutare le rondini. "Vi aspettavo! Sono sempre stata dalla vostra parte" - gridò nella loro direzione, con quella sfrontatezza di chi ha l'abitudine di saltare sul carro del vincitore, senza ormai provarne più vergogna. Ma quelle avevano altro da fare: proprio non valeva la pena di badare a una tartaruga incartapecorita e passarono oltre. C'era tanto da ricostruire...
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