Ieri, sul Corriere della Sera, l'editoriale del direttore De Bortoli esprimeva tutta l'ansia, la preoccupazione, l'affetto per i quattro giornalisti italiani catturati a Tripoli. Poi, finalmente, è arrivata la notizia che i quattro sono stati liberati e sono salvi. Potranno rientrare dalle loro famiglie, che hanno passato momenti di grande trepidazione in attesa che il miracolo avvenisse. Non è stato così per Al Mahdi, l'autista dei giornalisti sequestrati. Veniva da una delle zone nemiche del regime, aveva (come tutti, da quelle parti, di questi tempi), un kalashnikov nella sua auto. Non conosceva bene Tripoli: per questo gli hanno sparato. E' morto pregando. Gli inviati del Corriere, con lui sul camion, hanno assistito alla sua fredda esecuzione. Lo hanno visto, mentre cominciava a mormorare una preghiera, mentre veniva afferrato per la camicia e trascinato giù dal camion, negli ultimi suoi istanti di vita. Aveva due bambini. La sua famiglia non potrà più riabbracciarlo.
Ovviamente non ho mai conosciuto Al Mahdi, di lui ho solo letto le poche righe che documentano la fine della sua esistenza sulla terra. Chissà, se l'avessi conosciuto, forse mi sarebbe stato simpatico, forse no. So solo che, in questo momento, ho davanti a me l'immagine di un uomo che prega davanti ai suoi ultimi istanti di vita e non posso non sentirlo vicino. La vita è cosa sacra: troppo spesso viene gettata al vento, considerata merce di scambio o incidente inevitabile. Sono convinta che ogni vita, piccola o grande che sia, sia sempre preziosa. Era prezioso Al Mahdi per la sua famiglia, così come è prezioso il bimbo somalo che ha diritto ad avere un futuro, proprio come i suoi fortunati coetanei occidentali, che possono mangiare ogni giorno e, spesso, sono addirittura sovrappeso. Viviamo chiusi nel nostro egoismo, pieni di falsi bisogni e convinti che il nostro modo di vivere sia il migliore in assoluto, nonostante tutti i segnali che ci stanno arrivando da più parti. Forse è venuto il momento di riflettere, di uscire dalla gabbia in cui noi stessi ci siamo cacciati. Forse dovremmo aprire il nostro cuore alla solidarietà e alla compassione. Nessun uomo è un'isola, diceva John Donne. Ognuno di noi ha bisogno di collegarsi agli altri, per vivere degnamente la propria esistenza. Che Al Mahdi possa riposare in pace,e che possa ritrovare la pace anche la sua famiglia, che ha pregato per lui, che ha sperato di poterlo riabbracciare e che ora piange la sua perdita.
venerdì 26 agosto 2011
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