mercoledì 23 novembre 2011

VIVERE ALL'ITALIANA.

Se c'è una cosa che non mi piace proprio, questa è lo stereotipo e se ce n'è una che mi piace ancora meno, è il pregiudizio.

Tutti noi, per semplificarci la vita, tendiamo ad accorpare le informazioni , a generalizzare. Ci capita una brutta esperienza sulla metropolitana? Bene, da quel momento staremo più attenti e ci terremo stretto il portafogli. Questa è una buona cosa. Siamo stati programmati in questo modo, proprio perché, imparando dalle nostre esperienze, possiamo progredire. Non saremmo arrivati fin qui, alle meraviglie (che ormai consideriamo "normali") in campo medico, scientifico, tecnologico, artistico, se qualcuno non avesse studiato, sperimentato, fallito e poi ritentato, accumulando sapere attraverso sperimentazioni successive.
Ritornando all'esempio della metropolitana, però, il pregiudizio ci porterebbe ad affermare che "in metropolitana tutti rubano", il che non è vero.

Il pregiudizio è un giudizio a priori, una generalizzazione o una distorsione spesso basata su una nostra esperienza diretta o sul passaparola. Lo stereotipo è qualcosa di leggermente diverso: è un cliché, una immagine semplificata e largamente condivisa. Perciò, potremmo dire che, spesso, lo stereotipo, non è altro che la somma di una serie di pregiudizi, basati su esperienze dirette e su "sentito dire".

Lo stereotipo ha un fondamento di verità? Anche se facciamo gli schizzinosi, una vocina perfida dentro di noi ci sussurra che la "voce del popolo" è "voce di Dio". Per dare maggiore enfasi a questo concetto, c'è chi afferma, in latino (che fa sempre la sua figura, anche se è stato eliminato dalla maggior parte delle nostre scuole): "vox populi, vox Dei".

Non sono convinta che la voce del popolo sia quella di Dio: non oso pensare che Dio possa anche solo immaginare le molte bestialità che folle urlanti hanno sostenuto e sostengono in giro per il mondo.

Tuttavia, poiché nel mezzo è la virtù (questa è una convinzione che conservo con cura), mi impongo di non scartare mai a priori un'affermazione prima di averla presa in debita considerazione.

Degli italiani se ne dicono tante. Spesso, quando lavoravo nelle multinazionali, prima di mettermi in proprio, mi capitava di rappresentare il mio Paese in un meeting o in un gruppo di lavoro. Risparmio tutte le cose che mi sono sentita dire negli anni, sia pure bonariamente. La più carina è stata questa: "Gli italiani sono.....ma tu sei diversa. Sei così attendibile e professionale che ti consideriamo dei nostri".

Non è capitato una sola volta, ahimè. Quello che mi si riconosceva era che, quando dicevo una cosa, poi la facevo. In altre parole, ciò di cui ci accusano spesso è l'inaffidabilità. Quello che ci invidiano (qui mi riconoscevano l'italianità) erano la creatività e, soprattutto, la capacità di "cavarcela", di sopravvivere nonostante le inefficienze. A volte, aggiungo io, nello stesso luogo dove sembra che tutto debba davvero andare a fondo, c'è quasi sempre un italiano che riesce a tirar fuori un'eccellenza, un colpo di genio che, altrove, sarebbe pressoché inimmaginabile, in condizioni simili.

Lavorare con mezzi scarsi, riuscire a farcela camminando sul filo, mentre qualcuno ti sta tirando delle palline addosso per farti cadere: questa è, secondo me, la vera grandezza del nostro popolo.

Alla fine, sono fiera di essere italiana proprio per questo. Sarebbe fantastico vivere in una società più affidabile; però, proprio grazie a questa difficoltà che sembra scritta nel nostro codice genetico, siamo capaci di grandi cose.

In un paese mittle-europeo, per esempio, se vai in un ufficio e apri una pratica è presumibile che, seguendo pari pari tutti i passaggi, riuscirai, nei tempi stabiliti, a ottenere il risultato che ti era stato illustrato all'inizio: niente di meno, niente di più. Nessuno si stupisce di nulla: è normale che funzioni.

Qui, ogni volta...è da ridere! O almeno, se parti con questo spirito, vivrai nel meraviglioso "mondo di Amélie". Non è vero che non funziona mai nulla (sarebbe uno stereotipo...e anche un pregiudizio). Però, confesso che, quando avvio una procedura e poi ne vedo la conclusione, gioisco. Nel senso che sono proprio contenta, mi metto a fare complimenti, scrivo messaggi di ringraziamento, mi prodigo come posso. Alla fine, mi gusto la normalità.

In questo modo, quando, al contrario, mi imbatto in una serie di intoppi burocratici, incontro impiegati svogliati che mi rimpallano come se fossi una "palla avvelenata", quando la faccenda si fa seria, invece di arrabbiarmi, mi metto con pazienza a pensare come potrei superare tutti questi ostacoli (sto per citare Woody Allen!) "sul piano culturale". So che questo atteggiamento può apparire un po' snob, e forse lo è davvero. Però, vivo benissimo da quando ho deciso che gli ostacoli sono un banco di prova per la mia intelligenza. Così, se vinco, mi congratulo con me stessa e, se perdo, mi congratulo ugualmente "per averci almeno provato".

Che sia questo il "vivere all'italiana"?

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